Foto a Magadan (2007)

 

I testi che accompagnano le foto sono tratti dalle opere-testimonianze di Shalamov, Bardach, Solomon e dal libro di Conquest. Il colore dei vari testi corrisponde ad un autore, come qui sopra evidenziato.

Per i riferimenti bibliografici di questi libri vai alla pagina principale sulla Kolyma.

 

Ho scelto di commentare le foto non con didascalie sul luogo o su ciò che si vede, ma con brani tratti dalle memorie di sopravvissuti ai gulag perché penso sia il modo migliore per contestualizzare lo spazio ed il tempo dei villaggi e paesi della regione di Magadan, nati tutti come gulag.

 

Le foto si riferiscono ai primi di luglio del 2007.

 

Per localizzare i vari paesi guardate la cartina della strada o la cartina dei gulag della regione.

 

                    

Il porto di Magadan si trova incastonato nella baia di Nagayevo, al riparo dalle onde corrucciate del mare di Okhotsk…Le migliaia di prigionieri, che avanzavano lungo la strada, potevano sembrare un gigantesco millepiedi grigio e nero…Sentivo appena i comandi delle guardie, tale era il vento che turbinava in tutte le direzioni, come se fosse stato un branco di lupi in accerchiamento della preda; un vento che mi punse subito la faccia, mi soffiò la terra dentro gli occhi, mi colpi le orecchie e la nuca…Un cielo basso e cupo sfiorava le cime delle montagne circostanti…Alcuni prigionieri avevano il cappello, altri si avvolsero la testa nelle sciarpe. Piegai in avanti la testa, alzai le spalle e coprii le orecchie con le mani.

 

               

Derevenko aspettò finchè l’ultimo dei 5000 prigionieri scese dalla nave e si sistemasse tra le fila davanti a lui. Quindi con il massimo vigore della sua voce comunicò questo breve ma indimenticabile messaggio:

Prigionieri! Questa è la Kolyma! La legge è la taigà e il giudice l’orso! Mai attendere di mangiare la zuppa e il pane insieme. Ciò che arriva per primo, mangiarlo per primo! Quello che è perduto dalle mani è perduto per sempre. Siete qui per lavorare, per lavorare duro! Dovete riparare con il vostro sudore e le vostre lacrime i crimini commessi contro lo stato sovietico ed il popolo sovietico! Niente trucchi, niente imbrogli. Noi siamo giusti con quelli che cooperano, senza pietà con chi non lo fa. Abbiamo bisogno di oro e dovete estrarre questo metallo secondo quanto stabilito dal Piano. Il raggiungimento del Piano è il nostro sacro dovere. Quelli che non raggiungono il Piano sono sabotatori e traditori e non abbiamo pietà di loro!

 

               

Ci vollero 3 ore per raggiungere il campo di transito. Era una replica di quello di Vanino ma non poteva accogliere più di 80.000 detenuti…Le guardie erano reclutate tra gli zelanti sukas, generalmente ex ladri che ora lavoravano per le autorità della prigione…Quando tutto fu sistemato ci fecero marciare verso il klub…Per noi il klub significava il mercato degli schiavi. Eravamo sistemati nudi di fronte alla scrivania di una giovane ragazza appena uscita dalla scuola di medicina dell’università di Mosca. Quindi venivamo attentamente esaminati...dai responsabili delle miniere, i rappresentanti del ministero degli affari interni…palpavano i muscoli, aprivano la bocca, e guardavano i nostri denti.  

 

               

Nel 1936 Magadan era ancora una cittadina. Le uniche costruzioni di cemento erano l’ufficio postale, l’autofficina e la centrale elettrica. Tutto il resto era di legno, in maggior parte semplici ceppi di legno…C’erano poche luci per strada…i tre quarti della popolazione erano prigionieri…dalla metà degli anni ’40 Magadan divenne una piccola città, con 70.000 abitanti, un piccolo cantiere navale, elettricità, una casa della cultura con un cinema, un teatro e una biblioteca…

 

                       

Il monumento “Maschera del dolore” guarda la città dall’alto e piange gli sventurati che dall’oceano giunsero fin qui per andare incontro al loro destino. È tetro come si presenta la Kolyma ai detenuti appena sbarcati. Questa terra si presenterà per sempre cosi, per quanti hanno la consapevolezza di quello che è stato. Il dolore ed il sangue versato hanno impresso per l’eternità il marchio della sofferenza a questa terra e chi non sa o non ricorda non merita di calpestarla e commette sacrilegio. Questo blocco di cemento grigio deve assumere la stessa valenza emotiva del binario che entra dal portone di ingresso di Auschwitz.

 

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