Foto a Orotukan (2007)

 

I testi che accompagnano le foto sono tratti dalle opere-testimonianze di Shalamov, Bardach, Solomon e dal libro di Conquest. Il colore dei vari testi corrisponde ad un autore, come qui sopra evidenziato.

Per i riferimenti bibliografici di questi libri vai alla pagina principale sulla Kolyma.

 

Ho scelto di commentare le foto non con didascalie sul luogo o su ciò che si vede, ma con brani tratti dalle memorie di sopravvissuti ai gulag perché penso sia il modo migliore per contestualizzare lo spazio ed il tempo dei villaggi e paesi della regione di Magadan, nati tutti come gulag.

 

Le foto si riferiscono ai primi di luglio del 2007.

 

Per localizzare i vari paesi guardate la cartina della strada o la cartina dei gulag della regione.

 

 

               

Una delle caratteristiche di tutti i gulag, sommamente evidenziata nella Kolyma, era la mescolanza di detenuti politici, condannati quasi sempre senza colpe e con accuse inventate ad hoc, e i criminali comuni: ladri, assassini, malavitosi, truffatori, stupratori, maniaci. Si venivano cosi a trovare fianco a fianco veri delinquenti e persone normali, trovatesi in un abisso per volontà del fato. I criminali commettevano ogni tipo di sopruso nei confronti dei “politici” e le guaride avallavano questi comportamenti, poiché direttive dall’alto ritenevano i criminali comuni “socialmente vicini” alla dottrina rivoluzionaria, portati al crimine a causa delle ingiustizie della precedente società borghese. I detenuti politici invece erano schifati e annientati. Un ladro poteva anche non lavorare presso le miniere dove veniva mandato, starsene seduto tutto il giorno, e nessuna guardia avrebbe avuto una dura reazione, o magari nemmeno avrebbe avuto una reazione. I lprigionier opolitico non poteva nemmeno permettersi di pensare una cosa del genere invece.

 

A Orotukan, uno dei villaggi della Kolyma, c’è un monumento a Tatyana Malandina, e il club locale porta il suo nome. Tatyana Malandina, che lavorava a contratto e faceva parte del Komsomol, era caduta nelle grinfie di criminali evasi. L’avevano rapinata, violentata “in coro”, secondo l’infame espressione della malavita, e uccisa a qualche centinaio di metri dal villaggio, nella taigà. Era successo nel 1938, e le autorità avevano sparso inutilmente la voce che l’avessero uccisa i “trozckisti”. Ma una calunnia simile era troppo spropositata, e indignò persino lo zio della komsomolka uccisa, il tenente Malandin, che lavorava nel lager, e che proprio dopo la morte della nipote mutò radicalmente il suo atteggiamento verso i ladri e verso gli altri detenuti, cominciando a detestare i primi e a concedere privilegi ai secondi.

 

               

 

All’ospedale centrale per i detenuti restò a lungo il malato Solovyov, con una osteomielite cronica all’anca. L’osteomielite, un’infiammazione del midollo osseo, si era manifestata dopo una ferita d’arma da fuoco all’osso, abilmente irritata dallo stesso Solovyov. Condannato per evasione e cannibalismo, Solovyov si era arenato all’ospedale e raccontava volentieri di come lui e un compagno, preparandosi alla fuga, ne avessero appositamente chiamato un terzo, “nel caso avessimo patito la fame”.

 

Una sera dopo l’appello quattro robusti prigionieri entrarono nell’infermeria cercando insistentemente un paziente. Quest’ultimo silenziosamente cercò di scappare dalla finestra, ma là fuori c’erano altre due ombre che lo aspettavano. Gemette, li pregò, si inginocchiò davanti a loro implorando perdono. Nulla lo aiutò. Lo presero fermamente per le gambe e le braccia, lanciandolo in aria più in alto che potevano, e facendolo cadere come un sacco di patate a terra. Ogni volta che toccava il suolo sentivamo le sue ossa rompersi e le sue urla da animale scuoiato…I suoi assassini continuarono a lanciarlo su e giù finchè non emise più nessun rantolo.  

 

 

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