Foto a Verkh – at – Uryakh (2007)

 

I testi che accompagnano le foto sono tratti dalle opere-testimonianze di Shalamov, Bardach, Solomon e dal libro di Conquest. Il colore dei vari testi corrisponde ad un autore, come qui sopra evidenziato.

Per i riferimenti bibliografici di questi libri vai alla pagina principale sulla Kolyma.

 

Ho scelto di commentare le foto non con didascalie sul luogo o su ciò che si vede, ma con brani tratti dalle memorie di sopravvissuti ai gulag perché penso sia il modo migliore per contestualizzare lo spazio ed il tempo dei villaggi e paesi della regione di Magadan, nati tutti come gulag.

 

Le foto si riferiscono ai primi di luglio del 2007.

 

Per localizzare i vari paesi guardate la cartina della strada o la cartina dei gulag della regione.

 

 

Da Yagodnoe verso Vostok

 

               

Scortato da una guardia, lasciai il campo dall’ingresso principale e 100 metri più in là mi fermai davanti a ciò che sembrava una trincea o una rozza cava. Non c’erano gradini, solo un minuscolo e viscido sentierino. Potevo vedere sbarre di ferro davanti ad alcune celle e una candela tremolare in un angolo. La guardia apri una delle celle e mi spinse dentro. Nell’oscurità toccai i muri e il basso soffitto sopra di me. Non c’era intonaco, né mattoni, nulla. Solo la nuda terra. Il pavimento era uguale, duro, gelato terreno. Una tomba.

 

Verkh – at – Uryakh

 

               

Con l’andare del tempo nuove baracche vennero costruite per sistemare i molti casi di malati psichiatrici. Le vittime che avevano bisogno di un trattamento più lungo per disordini mentali seri erano mandati verso la parte superiore del corso della Kolyma, in un posto chiamato “500”, cosi detto perchè si trovava a 500 km dalla sorgente del fiume. Là una costruzione di 4 edifici accoglieva migliaia di pazienti. Il trattamento a “500” era nelle mani di specialisti, molti dei quali prigionieri che erano stati professori e anche membri dell’Accademia delle scienze russa. Facevano tutto ciò che potevano per salvare le menti e le vite dei loro compagni prigionieri, ma erano costantemente ossessionati dalla mancanza di medicinali e di strumenti chirurgici moderni.  

 

               

Non solo gli animali erano alla ricerca disperata di cibo. I mangiatori di cibo avariato stazionavano attorno alla stufa della tenda: bollivano e mangiavano rimasugli di carne putrida e strana. Sentii da qualcuno che la prendevano dalla pila di cadaveri nel bosco, ma mi riusciva difficile crederlo, oltre a sentirmi profondamente turbato da una simile eventualità. Non avevo ancora capito quello che la fame può spingere a fare, ed ebbi un certo travaglio interiore a non giudicare in modo sbrigativo questa gente.

 

               

Una madre poteva stare con il bambino appena nato (si intende le gravidanze iniziate e portate a termine nei campi) per una settimana, e non lavorare per un mese. Non era ammessa nello stanzone dei bambini, ma poteva stare con il bambino ad intervalli nella stanza adibita alle visite. Dopo nove mesi la madre aveva il diritto di vedere il bambino per 2 ore al mese se rimaneva ad Elgen. Comunque il permesso era sospeso da maggio a settembre poiché i prigionieri non potevano assentarsi da lavoro nei campi…Ad Elgen si trovavano dai 250 ai 300 bambini…

Durante la loro permanenza ad Elgen i bambini erano accuditi da donne criminali comuni, ben disposte ma incompetenti. In ogni caso non avevano il tempo di fare nient’altro che lavarli e dargli da mangiare…Essi ridevano raramente. Imparavano a parlare tardi e non facevano mai esperienza di affetto. I bambini più piccoli dimenticavano le proprie madri tra le rare visite. Quando a 7anni i bambini venivano mandati a Talon, una stretta regola impediva alle madri di poterli vedere ancora.

 

               

In un pallido mattino d’agosto Postnikov e i suoi soldati piombarono su un evaso giunto al torrente dove gli avevano teso un’imboscata. Postnikov sparò con la sua mauser e uccise l’uomo. Decisero di non portarlo al villaggio e di gettarlo nella taigà – li c’erano molte tracce di orsi e di volpi. Postnikov prese una scure e tagliò tutte e due le mani del fuggiasco, in modo che l’ufficio immatricolazioni potesse rilevare le impronte digitali, sistemò le due mani mozzate nella sacca e  tornò alla base – per redigere regolare rapporto sulla proficua battuta di caccia…Nella notte il morto si alzò e, stringendosi al petto i moncherini insanguinati, usci dalla taigà seguendo le impronte e in qualche modo raggiunse una tenda dove vivevano degli operai detenuti. Con la bianca faccia esangue, gli occhi folli di un insolito blu, rimase in piedi accanto alla porta, piegandosi, addossandosi allo stipite e, guardando di traverso, mugolò qualcosa. Era scosso da brividi violenti. Sulla giubba imbottita del fuggiasco, sui pantaloni, sugli stivali di gomma c’erano delle macchie nere di sangue. Gli fecero bere della minestra bollente, avvolsero negli stracci le sue braccia spaventose e lo portarono all’infermeria…i soldati portarono l’evaso chissà dove, solo non all’ospedale..e dell’evaso con le mani tagliate nessuno senti più parlare.

 

    

 

 

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